Infatti, in una riunione che abbiamo avuto, gli ho esposto il concetto che in università non si può agire allo stesso modo che in una parrocchia, e ho cominciato a spiegargli come, più che in altri luoghi, in università si vede la necessità di una Chiesa in uscita, non tanto perché
lo chiede Papa Francesco, e già sarebbe un ottimo motivo per farlo, bensì per le ovvie necessità conseguenti al tipo di luogo dove ci troviamo di fronte.
È inutile aspettare troppo tempo in Cappellania Universitaria, si rischia di non svolgere il proprio mandato al meglio.
E allora, la riflessione che ci si fa è: dove incontrare le persone?
- Da una parte la risposta è: nelle aule e negli uffici.
Ma si può invadere questi luoghi solo una volta, per non rischiare di interrompere l'orario di lavoro, il che non sarebbe etico.
- L'altra risposta è incontrare le persone nel loro tempo libero, nei luoghi frequentati da loro. E questo è il bar.
Al bar la gente è rilassata, si prende un caffè e il caffè in Sicilia è sinonimo di colloquio affettuoso.
Al bar sono tutti più aperti al dialogo.
Al bar arriva la persona che conosci assieme ad altre che non conosci, e la cortesia vuole che si facciano le presentazioni.
Al bar sei in un luogo neutro, dove se hai qualcosa da ridire o da chiedere sulla Chiesa, non hai timore di essere in casa altrui.
Al bar si crea comunità, perché poco a poco si stringono conoscenze anche tra persone che prima si parlavano solo per motivi lavorativi o di studio, e poi ci si accorge che abbiamo interessi comuni, quali l'amore per Dio.
Insomma, la pastorale del bar, almeno a Palermo, è un modo interessante per portare Cristo in università.
Ma d'altra parte, non era lo stesso Gesù Cristo che se ne andava di qua e di là come ospite a banchetti, a Cana di Galilea, da Zaccheo, da Simone il fariseo fino ad arrivare all'Ultima Cena?