La mia esperienza come ministrante del Papa

Settimana Santa 2011

Tutto è cominciato la sera del Giovedì Santo. Ero appena tornato dalla Basilica romana di Santa Maria Maggiore, dove avevo partecipato alla liturgia come ministrante durante la Santa Messa della Cena del Signore. La comunità stava finendo la preghiera della compieta davanti all’Altare della Reposizione. A mezzanotte si sarebbe riunita di nuovo, davanti

a Cristo Eucaristia, per adorarlo, e poi continuare, a turni, l’adorazione per tutta la notte, fino alle 17:00 del pomeriggio seguente, l’ora dell’Azione Liturgica della Passione del Signore. Il silenzio in cui la casa era avvolta favoriva il clima di preghiera interiore. Ognuno sapeva che proprio in quella notte, nell’ora della prova nell’Orto degli ulivi, Gesù aveva bisogno di essere accompagnato e sostenuto. Mi sono messo in un angolo appartato del refettorio per mangiare un boccone, perché ero partito subito dopo pranzo per andare a fare le prove in Basilica. Mi si avvicina un confratello e mi dice che sabato sera sarei stato ministrante nella liturgia della Santa Messa della Vigilia Pasquale nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Servire Messa al Papa: ecco di cosa avrei parlato a Cristo Eucaristia nel mio turno di adorazione notturna, mentre lo accompagnavo nella sua agonia. “Gesù, tu mi hai scelto per servire il Tuo Vicario nella Divina Liturgia, nella Messa più importante di tutto l’anno, dove Tu risorgi, dove Tu ti mostri come Luce del mondo”.

Servire messa al Papa

Sabato mattina siamo entrati nella Basilica di San Pietro insieme a una massa di turisti, e ci muovevamo attraverso le transenne che guidano il percorso a senso unico. Eravamo in quattordici. Siamo passati davanti alla statua della Pietà di Michelangelo, dove c’è la sacrestia del Papa: da lì avrebbe avuto inizio la processione quella stessa sera. Siamo passati poi davanti all’altare già predisposto per accogliere le spoglie del futuro beato Papa Giovanni Paolo II: questa è già la zona della sacrestia dei Cardinali, che sono gli assistenti più vicini al Papa. Il percorso passa davanti alla Croce di Cristo, che in questo Sabato Santo è adorata al posto dell’Eucaristia, che sparisce dai tabernacoli, come Cristo sparisce ai nostri occhi nel sepolcro. Passiamo poi davanti all’altare con le spoglie del Beato Giovanni XXIII, il Papa buono, e arriviamo all’altare principale, quello della Confessione, coronato dall’immenso baldacchino di bronzo del Bernini. È questo il luogo dell’appuntamento per le prove. C’è un viavai di gente: operai che preparano il fonte battesimale, che montano i vari palchetti e gli amboni, cerimonieri che si consultano, tutti con un foglietto di indicazioni pratiche che servono per il buon andamento della liturgia, turisti che fanno le foto, che guardano con ammirazione le bellezze dell’arte, ma che, osservando i loro sguardi, forse non riescono a penetrare in profondità il significato spirituale del luogo in cui si trovano: Roma è il centro della Cristianità. E noi, lì, un po’ sperduti, un po’ emozionati, che aspettiamo qualche direttiva. Si avvicina uno dei maestri di cerimonia e ci fa cenno di seguirlo. Cominciamo. Ci mettiamo in linea per altezza. Io lo so già come funziona, i più alti sono destinati quasi sempre a portare la croce e le candele nella processione d’ingresso e di uscita, e così risulta essere anche questa volta. A me tocca la croce processionale. Questo vuol dire che ad altri toccherà stare vicini al Papa, sostenendo il Messale e il microfono, portando l’incenso, lavandogli le mani. Pazienza. L’importante è che sono lì, che sto aiutando il Vicario di Cristo.

La bellezza del battesimo

Tra i vari piccoli servizi mi viene chiesto di portare le vesti bianchi da parte del Papa ai neo battezzati. Ci sono anche loro lì, i catecumeni, sono sei, sono adulti, sono emozionati anche loro. Me ne accorgo perché quando mi avvicino facendo finta di portare la veste, una di loro diventa rossa in viso e si gira a chiamare il vicino. Essere battezzati, diventare figli di Dio, a volte lo diamo troppo per scontato. E invece è la grazia più grande che Cristo poteva regalarci. Nessuno poteva essere salvo dopo il peccato originale. Cristo, morendo, distrusse la morte e ci ha resi figli del Dio vivente, ci ha riaperto le porte del Paradiso. E loro, i catecumeni, lo sanno, lo sentono, forse più di me. Le prove proseguono, ogni piccolo gruppo di ministranti segue le indicazioni del cerimoniere cui sono affidati.

Mons. Marini

E arriva quasi mezzogiorno. Ci raduniamo per darci l’appuntamento nel pomeriggio e a parlarci viene il Maestro delle cerimonie pontificie, Monsignor Guido Marini. Quest’uomo alto, magro, serio, che in televisione, per i suoi vestimenti coi pizzi come si usava una volta, ha l’aspetto di un integerrimo della tradizione liturgica ecclesiale, si scopre davanti a noi un vero maestro di preghiera. Con un sorriso pacato e uno sguardo sommesso, ci parla di cosa accadrà la stessa sera. Ci parla del mistero della Risurrezione di Cristo: noi faremo tanti gesti liturgici, tanti movimenti, saremo in fianco al Papa, saremo emozionati, ci scatteranno delle foto, ci sarà la televisione, ci sentiremo protagonisti. Ma questo è solo l’aspetto esterno. Noi celebreremo Cristo, Lui è e sarà sempre il vero protagonista. La sua flebile voce acquista un crescendo quando parla della centralità di Cristo: “Noi siamo qui per aiutare la gente a fare l’esperienza di Gesù Risorto”, come parafrasando Papa Benedetto XVI che nel suo libro Gesù di Nazareth, alcuni anni fa, parlando ai sacerdoti e a chi si prepara a esserlo, scriveva «È proprio così, noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini».

Ultimi preparativi

Così arriva la sera. Parcheggiamo davanti all’aula Paolo VI, chiamata anche Sala Nervi, dal suo costruttore, e aspettiamo l’entrata in Basilica. Varie telefonate e messaggini di auguri, di complimenti, di “in bocca al lupo” arrivano ai telefonini, e ci decidiamo a spegnerli. Sono bei gesti di affetto, ma noi dobbiamo concentrarci e, soprattutto, raccoglierci interiormente. Entriamo. Il coro sta provando le diverse voci, i canti che riempiono le navate. Tutto è già predisposto, il pomeriggio è servito per terminare di posizionare gli oggetti liturgici che di lì a poco serviranno al Papa per celebrare le meraviglie di Dio. Ripetiamo gli stessi gesti del mattino, fissiamo nella memoria i passaggi, ora è più facile, non c’è da immaginare nulla, abbiamo tutto a vista. Entriamo in sacrestia. La statua della Pietà, che di solito viene ammirata attraverso un vetro, è a due passi da noi, possiamo quasi girarci intorno. Alcuni di noi cominciano a pregare il rosario e, con gradita sorpresa, si aggiunge al nostro gruppetto il Maestro di cerimonia, Monsignor Guido Marini, come sempre silenzioso, raccolto, maestro di preghiera per tutti noi. Mancano dieci minuti. Da dietro le tende che dividono la sacrestia papale dalla navata centrale della Basilica, si sentono brusii, un vocio emozionato, si intravedono flash. L’emozione aumenta, le distrazioni pure, e non parlo della confusione mentale. Speriamo vada tutto bene. “Ai vostri posti!”: non è un colonnello che ci richiama, è un cerimoniere. Il Papa è arrivato.

Il Papa

Ci disponiamo in fila indiana. Ognuno di noi ha in mano uno degli oggetti che rivestirà il Santo Padre durante la cerimonia. A me tocca la stola. Entreremo nella piccola stanza in due, il confratello al mio fianco porta la croce pettorale del Pontefice. In un momento in cui sembra che nessuno veda, come di soppiatto si china e la bacia. Me ne rendo conto con la coda dell’occhio. Beh, in fin dei conti lo avrei fatto anch’io. Ci apprestiamo alla soglia. Un silenzio impera dentro quella saletta, è quasi schiacciante. Entriamo. Un ministrante tiene aperto il libro con le preghiere che Benedetto XVI pronuncia mentalmente al rivestirsi di ogni paramento. Il Maestro di cerimonia assicura che tutto funzioni per il meglio sin dal principio. E di fronte a me, leggermente di schiena, c’è lui, il Santo Padre. I suoi gesti sono misurati, niente rumori, niente distrazioni. Monsignor Marini prende la croce pettorale al mio confratello e, sorpresa, lui se ne va senza aspettarmi. Ne approfitto per fare un passo alla mia sinistra e osservo il Papa di lato, quasi di fronte. È un attimo. Consegno la stola e devo uscire anch’io. Per me è già cominciato tutto. Mi dispongo per la processione d’ingresso e partiamo.

La S. Messa

Si aprono le tende, la gente stridacchia, devo abbassare un po’ gli occhi, i flash sono troppi. Riconosco, proprio vicino alla transenna alla mia destra, due persone che mi salutano, rispondo con un’occhiata di intesa, niente di più. Usciamo dal portone e cominciamo la celebrazione dall’atrio, dove c’è il braciere acceso. Da quel fuoco, che fra poco sarà benedetto dal Papa, si accenderà il Cero Pasquale, simbolo di Cristo Risorto, vera Luce del mondo. Ha inizio la cerimonia: “In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti”. Dall’atrio passiamo alla Basilica, tutto è buio, l’unica luce che rischiara è la fiammella del Cero Pasquale, da cui vengono accese le candele dell’assemblea. Cristo dona la sua luce a tutte le genti della terra. Il diacono proclama la venuta della Luce di Cristo e, d’un sol colpo, si accendono tutte le luci della Basilica. Scoppia un applauso. Ognuno di noi raggiunge il suo posto. Il Papa si siede, cominciano le letture che ripropongono la storia della salvezza, la storia di come, dal tradimento di Adamo ed Eva, Dio ha cominciato a cercare di riavvicinare l’uomo a sé. Ed è proprio dalla lettura della creazione che il Santo Padre prende spunto per la sua omelia. Poi, il Battesimo. Da dietro l’altare, la mia posizione abituale, passo di fronte, per portare le vesti bianche ai neo battezzati. Il Papa battezza uno per uno, con l’infusione dell’acqua su ciascuno. Un sorriso solca il volto dei nuovi figli di Dio. Arrossiscono, vorrebbero fare qualcosa, ma devono stare fermi, composti. Mi verrebbe da abbracciarli! Ma anch’io mi contengo e consegno le vesti a ciascuno, poi le candele ai padrini, e ritorno dietro l’altare. Si susseguono così l’offertorio, la liturgia eucaristica, la comunione. Benedetto XVI si appresta a dare la benedizione solenne, noi ci prepariamo per la conclusione della Messa. Stavolta tocca a me aprire la processione, porto la croce processionale. Davanti a me l’assemblea, la gente si sporge dalle transenne per vedere meglio, scatta fotografie, tutti fanno il segno della croce quando passa la croce ed esultano al passaggio del Santo Padre. Entriamo in sacrestia, mi colloco di fronte alla Porta Santa, che è murata e sarà aperta solo al prossimo Giubileo. Mi giro, accanto a me ci sono i ministranti con le candele processionali. Entrano i Cardinali e procedono verso la parte della sacrestia destinata a loro. Entrano i neo battezzati, si abbracciano di gioia.

Il saluto al Papa

E un urlo di esultanza da dietro la tenda introduce il Papa, che saluta subito i nuovi cristiani, poi si gira verso la croce, che continuo a sostenere, e fa una riverenza, apre le braccia, come suo solito, e ci fa gli auguri di Buona Pasqua. Fa per andarsene, ma cambia rotta e si avvicina a salutare il ministrante che gli ha sostenuto il Messale nel corso della cerimonia, poi comincia a salutare altri ministranti. Io sono lì, con la croce, fermo, mica posso buttarla per terra. Uno dei cerimonieri se ne accorge, mi prende la croce e mi dice di correre a salutarlo. Ma il segretario del Papa, Monsignor Georg, dà un’occhiata all’orologio e si rende conto che è già tardi, il Santo Padre è generoso, ma bisogna che si riguardi, domattina dovrà sostenere un’altra celebrazione di questo tipo, e deve riposarsi. È vero … però … che peccato! Le guardie si muovono in maniera da incanalare Benedetto XVI verso la porta della sacrestia papale e lui scompare dietro lo stipite. È finita... Uno dei cerimonieri, quello che si era accorto che ero rimasto fermo con la croce impugnata, mi guarda negli occhi e capisce. Entra nella sacrestia papale, torna fuori con un rosario e me lo consegna. Un rosario benedetto dal Papa. Beh, adesso è proprio finita! Ci scambiamo gli auguri di Buona Pasqua. Esce il Maestro di cerimonia e con un sorriso si congratula, è andato tutto bene. Rientriamo in basilica, è vuota.

La messa è finita

Le sedie sono state mosse dalla folla che usciva dalla Messa. Qua e là ci sono libretti della celebrazione, non servono più. Io però ne tengo uno per ricordo. Le guardie ci dicono che la porta per il parcheggio è ancora aperta, ma dobbiamo affrettarci. Usciamo, l’aria è fresca i muscoli cominciano a distendersi, non sappiamo cosa dirci. Le prime parole sono alla rinfusa: è stato bello, che emozione. Poi saliamo in macchina. Partiamo, e per la strada ci raccontiamo le cose che ci hanno colpito di più, ognuno dal suo posto, aveva visto la celebrazione da prospettive differenti, e questo è stato un arricchimento reciproco. Arriviamo a casa, è ora di andare a dormire, domani è un altro giorno. Ma tutti abbiamo un leggero languorino allo stomaco, e ci dirigiamo in refettorio a mettere qualcosa sotto i denti. Ora stiamo in silenzio, la comunità è già andata a letto, qui la Messa è finita un po’ prima. E in questo silenzio ognuno di noi può ripensare alla grande grazia che ha ricevuto.

Andate in pace

Nessuno parla, ma lo sguardo, anche se chino sul piatto, dice che il cuore sta parlando, sta ringraziando Gesù. Tutto tace, ma l’anima di ciascuno benedice il Signore per le meraviglie che di giorno in giorno compie nella vita di ognuno di noi. Buona Pasqua.

(l'articolo originale l'ho scritto per www.regnumchristi.org)